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Lunedì 11 Dicembre 2017 













La Sardegna più selvaggia
Scogliere modellate dal maestrale, dune alte oltre due metri, stagni abitati da fenicotteri e miniere abbandonate. Per chi si spinge lungo la costa sud occidentale della Sardegna si apre uno spettacolo raro per varietà di paesaggi e bellezza incontaminata. Lo sapevano bene le popolazioni nuragiche che per prime vi misero piede, seguite dai Cartaginesi e dai Romani che qui fondarono Tharros, uno dei porti più redditizi dell'isola (oggi è possibile visitarne le rovine). In pochi chilometri di superficie infatti le testimonianze del passato si integrano armoniosamente con la forza della natura che qui si chiama vento, salsedine e onde "anomale". Per la gioia dei surfisti, e di quanti amano una vacanza all'insegna della curiosità.

Primo Giorno
Oristano, la città di Eleonora d'Arborea
 
Dai resti archeologici agli stagni pescosi
 
Cena in dialetto
Secondo Giorno
   
Surf a Capo Mannu, sull'esempio dei nuragici
 
Sull'isola di Mal di Ventre
 
Alla ricerca delle archeo-ricette
Terzo Giorno
   
Dal "deserto" di Piscinas al Tempio di Antas
 
Tra le miniere di Ingurtosu, Naracauli e Montevecchio
 
Cena in agriturisno

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La Sardegna più selvaggia



Folklore

Oristano, Piazza della Cattedrale

 
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Il Far West sardo
Primo Giorno

Mattina
Passeggiando tra le mura di questa città, sorta nell'entroterra a metà della costa occidentale sarda, difficilmente si riesce a immaginare la sua lunga e controversa storia fatta di pestilenze e invasioni moresche, di dominazione spagnola e sogni d'indipendenza. In origine Oristano (chiamata Aristanis o Maristanis, ovvero "fra gli stagni") nasce dopo l'anno Mille, quando gli abitanti della vicina Tharros furono costretti a "ritirarsi" per difendersi dalle continue incursioni saracene. Il periodo più florido della città va dal 1200 al 1600, quando Oristano diventa la capitale di uno dei quattro Giudicati di Sardegna. Sotto la guida di Mariano IV e di sua figlia Eleonora la città diventa protagonista di molti eventi culturali ed economici. L'assetto urbanistico medioevale, relativo al periodo storico, è ancora visibile all'interno delle mura della città. Partendo da piazza Mannu lungo via Vittorio Emanuele si arriva alla scalinata della Cattedrale di Santa Maria Assunta con il grande campanile a pianta ottagonale. Continuando la passeggiata, oltrepassando Palazzo De Castro, ci si imbatte nella statua di Eleonora, nell'omonima piazza, acquistata con una sottoscrizione dalle donne della nobiltà oristanese. Nella stessa piazza si trova anche il Palazzo Comunale, costruito nel XVII secolo come convento degli Scolopi e ristrutturato in stile neoclassico il secolo scorso da Antonio Cano. Altri palazzi dello stesso stile abbelliscono il centro di Oristano: all'angolo con Corso Umberto sorge Palazzo Carta e di fronte il settecentesco Palazzo Mameli, chiude la piazza Palazzo Corrias. Da corso Umberto si giunge in piazza Roma dove si erge la torre di Mariano II e poco distante il Palazzo Parpaglia, sede dal 1992 del Antiquarium Arborense, il più importante museo di Oristano che espone una vasta raccolta archeologica provenienti dagli scavi di Tharros e dal Sinis.
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Le rovine di Tharros

Campagna

Rovine di Tharros

 
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Primo Giorno
La Sardegna più selvaggia

Pomeriggio
Il percorso proposto si snoda nel Sinis, dalle rovine di una città antichissima alla natura ricca di stagni e campi bonificati. L'agglomerato urbano di Tharros, sito a Capo San Marco, ha un passato di tutto rispetto. Fondato dai Fenici rappresentò per molti secoli un porto fiorente, sia sotto la dominazione cartaginese che quella romana. Un'antica strada lastricata porta agli scavi archelogici: due edifici termali, i resti di un acquedotto, e quelli di un tempio punico con semicolonne doriche, capitelli e bassorilievi. Ma la sua importanza non la mise al riparo dall'abbandono, anzi. Una delle ultime notizie sulla città risale all'epoca giudicale: l'autore cinquecentesco Giovanni Fara racconta che il Giudice d'Arborea ordinò il trasferimento degli abitanti e della sede arcivescovile da Tharros ad Oristano nel 1070. Tornando verso Oristano, sulle orme degli abitanti di Tharros, s'incontra lo stagno di Cabras, un patrimonio ornitologico e naturalistico tra i più importanti d'Europa. Qui la ricchezza più grande risponde al nome di "biodiversità": numerose specie di uccelli e di pesci convivono nello stesso ecosistema grande 2200 ettari di superficie. In mezzo allo stagno l'isolotto di Cùccuru Is Arrìus vanta un primato, quello di aver ospitato le tombe della necropoli più antica di tutta l'isola.
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Piazza d'Arborea a Oristano

 
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Primo Giorno
La Sardegna più selvaggia

Sera
A Cabras, non lontano dal centro storico costruito per lo più con il caretteristico mattone crudo, si trova il ristorante "Sa Funta" che propone, in un ambiente rustico, ricette antiche a base di muggini, anguille, seppioline e arselle. Consigliato a tutti i ricercatori gastronomici nonchè linguistici: il menu infatti è in dialetto oristanese.
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La Sardegna più selvaggia

Capo Mannu meta dei surfisti

Veduta da Capo Mannu

 
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Il Far West sardo
Secondo Giorno

Mattina
Capo Mannu chiude l'ampia insenatura di Cala Saline, ancora nella provincia di Oristano. In questo tratto di mare, a causa dell'assidua presenza di venti e dei fondali poco profondi, si formano onde particolarmente alte e lunghe per il divertimento dei molti sportivi che qui hanno trovato il posto ideale per le loro tavole con o senza vela. Niente di nuovo sotto il sole, visto che già molti secoli prima di loro, tra il 2000 ed il 1500 a.c., popolazioni nuragiche solcavano il golfo di Oristano a bordo di piccole tavole e imbarcazioni improvvisate. Con molta probabilità giungevano dalla penisola Iberica sospinti dalle correnti e dalle perturbazioni atlantiche. Dopo di loro molti altri approdarono sulla costa, come testimonia il ritrovamento in loco di tombe nuragiche in numero maggiore che in qualsiasi altra parte dell'isola. In seguito, a difendere le alte scogliere furono edificate, dal 1300 d.C., numerose torri aragonesi: una di queste si staglia ancora sul promontorio di Capo Mannu.
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Isola di Mal di Ventre

 
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Secondo Giorno
La Sardegna più selvaggia

Pomeriggio
Lo strano nome di quest'isola, Mal di Ventre, sembra sia dovuto ad una superficiale traduzione dei cartografi piemontesi del nome "Malu Entu" (vento cattivo). La sua estensione supera di poco il chilometro quadrato. Il punto più alto, dove si trova il faro, è di circa 18 metri sopra il livello del mare. Disabitata e battuta dai venti, Mal di Ventre costituiva in passato un vero e proprio paradiso naturale per gli animali che vi abitavano, sia per qualità che per quantità di esemplari. Ancora oggi, oltre alla presenza del coniglio selvatico, nidificano diverse specie di uccelli tra i quali il Gabbiano Corso, il Cormorano, le Berte e il Falco Pellegrino. Ci si può dare appuntamento (anche se in parte è zona protetta) per fare un bagno nelle acque più limpide di questo tratto di mare, per gustare prelibati ricci di mare o, più semplicemente, per ammirare le distese di fiori viola delle piante di aglio selvatico che si estendono fino al mare.
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Secondo Giorno
La Sardegna più selvaggia

Sera
"Il faro" è uno dei ristoranti più ricercati di tutta la Sardegna, come attesta la sua assidua presenza sulle guide gastronomiche più attente e aggiornate. Consigliato a chi ricerca i sapori della tradizione locale. Le sua specialità? Tagliolini allo zafferano, pecora con patate e muggine con verdure.
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Il deserto di Piscinas

Tempio di Anthas

Dune di Piscinas 'foto E.P.T. Cagliari'

 
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Il Far West sardo
Terzo Giorno

Mattina
Tra le dune di Piscinas è il maestrale a farla da padrone. Soffiando dal mare il vento crea una delle meraviglie della costa, colline di sabbia conosciute come il sahara italiano. Le sue dune alte fino a 250 metri sopra il livello del mare si stendono per oltre dieci chilometri lungo la costa fino a Scivu, e con una profondità di due chilometri in direzione degli avamposti minerari di Ingurtosu e Naracauli. Il fascino di una natura selvaggia si coniuga qui in modo del tutto originale con l' architettura mineraria, con i palazzi, le officine, i pozzi e le gallerie oggi abbandonati dopo l'esaurimento dei filoni di piombo e zinco. Sui ruderi di un vecchio magazzino costruito sul mare, è nato quello che viene chiamato l'hotel miniera (Hotel Le Dune), avamposto di un turismo intelligente e rispettoso della natura. Da qui parte, nel territorio di Arbus, il tratto di litorale chiamato Costa Verde, per via degli arbusti di macchia mediterranea che scendono fino al mare. Proseguendo verso sud nei pressi di Fluminimaggiore, si erge il tempio di Antas, simbolo del potere romano sull'isola. Scoperto nel secolo scorso il tempio è stato oggetto nel tempo di ripetuti saccheggi. Smantellato dalla dinamite dei cercatori di tesori così come da esigenze belliche. Durante la seconda guerra mondiale, ad esempio, vennero usate per fabbricare pallottole le graffe che tenevano insieme i blocchi di pietra, causandone la caduta.
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Miniere di Montevecchio

Archeologia mineraria a Ingurtosu 'foto E.P.T. Cagliari'.

 
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Terzo Giorno
La Sardegna più selvaggia

Pomeriggio
Alle spalle della spiaggia di Piscinas, nell'entroterra, sorge il villaggio minerario di Ingurtosu. La miniera che dava lavoro a mille persone è abbandanata dal 1964, e nel paese gli abitanti da 5 mila sono rimasti in non più di 100. Il nome del paese deriva da "su gurturgiu", l'avvoltoio grifone che fino a pochi anni fa era possibile ammirare in cielo o sui pini, che insieme ai lecci, caratterizzano queste colline. Superata la chiesetta di Santa Barbara si nota il grande palazzo della Direzione in stile neoclassico con dettagli liberty. L'edificio, circondato da altre costruzioni in disuso, è costruito in pietra a vista. Una strada sterrata lunga sette chilometri conduce alla miniera abbandonata di Naracauli, la cui sorte – narra la leggenda – è legata a Lord Brassey, un nobile inglese titolare della società Pertusola che fece costruire la laveria della miniera, un impianto considerato all'avanguardia per innovazioni tecnologiche. Quando l'industriale morì travolto a Londra da una carrozza, in suo ricordo venne costruito un monumento che guarda verso il Mediterraneo. Procedendo in direzione di Guspini si raggiunge la miniera di Montevecchio. Si tratta di uno degli otto siti che compongono il Parco Geominerario della Sardegna, quel parco che l'Unesco, a Parigi, nell'assemblea del novembre 1997, ha definito "patrimonio culturale dell'intera umanità".
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Terzo Giorno
La Sardegna più selvaggia

Sera
L'azienda agrituristica "Il Ginepro" si trova in un'ottima posizione paesaggistica, a soli due chilometri dal mare di Scivu e Capo Pecora. Da qui si possono fare escursioni alle grotte "Su Mannau" e al Tempio di Antas. Aperto tutto l'anno su prenotazione, le sue specialità in cucina sono malloreddus, maialino e agnello allo spiedo, saedas e amaretti.


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