La cucina italiana è considerata la migliore del mondo, per via anche della sua storia centenaria, ma è davvero così?
L’immaginario collettivo ci porta a pensare che la cucina italiana abbia radici antichissime e un’identità definita da secoli, ma la realtà è molto diversa. Per lunghissimo tempo la popolazione ha vissuto in condizioni di scarsità, consumando alimenti semplici e ripetitivi, legati alle stagioni e alla disponibilità locale.
Molti piatti oggi considerati simboli nazionali erano riservati a élite privilegiate, mentre la maggioranza faticava persino a garantire due pasti completi al giorno. Nonostante questo passato di ristrettezze, l’Italia è diventata il Paese del buon cibo, della dieta mediterranea e delle ricette regionali esportate in tutto il mondo.
Storia della cucina italiana, genesi e commistioni
La trasformazione è stata lenta e complessa, frutto di cambiamenti economici, culturali e tecnologici che hanno ridefinito il rapporto degli italiani con la tavola. Parlare di “cucina italiana” prima del Novecento è improprio, perché mancavano uno Stato unitario, un mercato comune e infrastrutture capaci di far circolare ingredienti.

La cucina italiana nasce anche dalla tradizione familiare – discoveritalia.it
Le comunità vivevano in isolamento gastronomico, consumando sempre gli stessi alimenti e sviluppando tradizioni locali senza alcuna consapevolezza nazionale condivisa. Una prima idea di cucina italiana emerge tra Ottocento e Novecento, poi viene consolidata da televisione, industria alimentare e turismo di massa.
Questa narrazione costruisce un’identità collettiva attorno al cibo, trasformando ricette regionali in simboli nazionali riconoscibili anche all’estero. Quando mangiamo pizza o spaghetti fuori dall’Italia, consumiamo un racconto culturale prima ancora di una tradizione autenticamente antica.
Nei secoli passati esistevano cuochi influenti, ma la loro fama era limitata a corti aristocratiche e ambienti ristretti, senza alcuna diffusione popolare. Questi professionisti erano consiglieri di gusto dei potenti, modellando preferenze che filtravano lentamente verso la società attraverso libri rari e testimonianze indirette.
L’idea di uno chef capace di influenzare l’immaginario nazionale nasce solo nel secondo Novecento, con la diffusione dei media di massa. Prima, la loro influenza si espandeva lentamente, partiva da piccoli centri di potere e raggiungeva il pubblico con tempi lunghissimi.
Oggi, invece, un video virale può modificare gusti e tendenze in poche ore, trasformando la cucina in un fenomeno immediato e globale. Prima della televisione, una figura fondamentale fu Petronilla, pseudonimo della dottoressa Amalia Moretti Foggia, attiva dal 1929 al 1943.
Le sue ricette semplici, economiche e adattabili insegnarono agli italiani una lingua unitaria della cucina, anticipando la divulgazione moderna. Con la nascita della tv nel 1954, la cucina diventa educazione popolare e strumento di marketing, creando un pubblico omogeneo e consapevole.
Programmi come il viaggio gastronomico di Mario Soldati nel 1957 e le rubriche degli Anni 70 costruiscono un immaginario condiviso basato su territorio e tradizioni. Negli Anni 90, la tv canonizza ricette e gesti, mentre tra fine Anni 90 e Duemila nasce lo chef‑influencer, figura capace di modellare desideri e identità sociali. E poi, dagli ultimi anni fino ad oggi, il resto, si può dire, è storia.








