Un acceleratore di startup che diventa spazio espositivo. Un imprenditore dell’intelligenza artificiale che parla di Kanye West, Pokémon e musei nello stesso discorso. A Torino, negli spazi di Kakashi Venture Accelerator, l’arte contemporanea entra in un ecosistema tecnologico e prova a dialogare con chi la frequenta ogni giorno: sviluppatori, investitori, creativi digitali.
Federico Bottino, fondatore di KVA, non arriva dal sistema tradizionale dell’arte ma dal mondo deep tech. E proprio da lì osserva come stanno cambiando mecenatismo, linguaggi e pubblico.
Dalla startup alla mostra: perché l’arte entra in un acceleratore
Bottino guida una realtà basata sull’intelligenza artificiale, tra consulenza e investimenti. Negli ultimi mesi ha venduto parte delle quote della sua azienda e ha scelto di investire anche nell’arte contemporanea, inaugurando la prima mostra negli spazi torinesi di KVA: “Amnesia” di Maca Cerqueira, a cura di Judith Ccasa Caceres.
Per lui l’arte non è un hobby da collezionista, ma una forma di responsabilità culturale. Se si costruisce un venture studio AI-native, sostiene, non si maneggiano solo capitali. Si maneggia immaginario. L’arte, insieme alla scienza, resta uno dei punti più alti dell’intelligenza umana. Le macchine possono amplificare la creatività, non sostituirla. E il futuro, dice, dipenderà ancora dall’immaginazione.
Niente entusiasmo ingenuo verso la tecnologia, ma neppure paure apocalittiche. L’AI è uno strumento potente. Sta a noi decidere come usarlo.
Mecenatismo tech: cosa sta cambiando davvero
Il rapporto tra imprenditori tecnologici e arte è diverso rispetto al passato. Un tempo il mecenatismo era consacrazione pubblica del potere. Oggi la legittimazione passa anche dalle classifiche finanziarie. Eppure il legame tra impresa e cultura non si è spezzato. Si è trasformato.
Molti investitori collezionano arte pop, manga originali, carte Pokémon, videogame in edizione limitata. I capitali che girano attorno alla cultura digitale superano spesso quelli di cinema e teatro. La copertina di un album come “Certified Lover Boy” firmata da Damien Hirst diventa fenomeno di mercato. Bloomberg commissiona opere site-specific per i propri uffici. Il confine tra cultura alta e cultura pop si assottiglia.
Bottino non nasconde una visione più “di mercato”, meno elitaria. Per lui l’arte deve dialogare con ciò che attiva le persone oggi, non solo con circuiti ristretti.
Social network e fine della critica?
In un mondo frammentato, sono spesso i social a decidere cosa diventa contemporaneo. Non è una verità assoluta, ma è un dato di fatto: l’attenzione è la risorsa più scarsa. I social la distribuiscono, la spostano, la amplificano.
Questo mette in difficoltà una parte della critica tradizionale, che talvolta fatica a parlare a un pubblico ampio. Non è solo un problema di competenza, ma di linguaggio. I meme, i videogiochi, le performance digitali producono cultura, anche se non sempre entrano facilmente nelle categorie classiche.
Secondo Bottino resteranno tracce precise di questo tempo: l’ascesa dei videogame come opera totale, la prima arte prodotta o ideata dai computer, l’esperimento degli NFT come sintomo di un passaggio. Non tutto avrà lo stesso peso storico, ma qualcosa si sedimenterà.
AI e arte: il “RAG d’artista” come esperimento
Nel caso della mostra di Maca Cerqueira, KVA ha testato un esperimento: un “RAG d’Artista”, un sistema di intelligenza artificiale addestrato esclusivamente sull’archivio dell’artista. Una chat capace di rispondere alle domande del pubblico attingendo solo a quella base di conoscenza.
Non un generatore generico, ma un’interfaccia dedicata, costruita attorno a un’identità artistica precisa. Un modo nuovo di accedere all’archivio, di esplorare una mostra, di approfondire senza mediazioni tradizionali.
È uno dei primi tentativi, in Italia, di ibridare in modo strutturato AI generativa e pratica espositiva con un’artista emergente. Non è una formula definitiva, ma un laboratorio.
“Occupiamo i musei” con la cultura pop
Le prossime mosse? Un magazine su cultura, politica e tecnologia, nuove mostre, forse un cineforum estivo nel giardino degli uffici torinesi. Ma soprattutto un invito ai tecno-imprenditori: ripensare il proprio ruolo culturale.
L’appello è semplice: sostenere ciò che davvero ci parla, senza preoccuparsi di compiacere un sistema. Portare nei musei anche ciò che nasce dalla cultura pop, dai videogame, dai simboli generazionali. Chiedersi cosa ci ha formato, cosa ci emoziona, quali immagini definiscono il nostro tempo.
Perché se la tecnologia sta già riscrivendo il nostro immaginario, ignorare l’arte sarebbe una contraddizione. E forse la vera sfida non è capire se l’AI cambierà l’arte, ma decidere che tipo di cultura vogliamo costruire mentre lo fa.








