Per la prima volta dall’Unità d’Italia alcuni distretti del Sud corrono più del Nord nelle filiere globali.
Non è uno slogan, né una rivincita romantica. È un dato che emerge guardando dove si concentrano oggi le attività a più alta crescita: digitale, aerospazio, farmaceutica, semiconduttori, tecnologie verdi. Non tutto il Mezzogiorno, non in modo uniforme. Ma alcune aree sì. E questo, in un Paese che ha sempre raccontato lo sviluppo come un viaggio a senso unico verso Nord, cambia la prospettiva.
Napoli e la sua area metropolitana, Bari e il suo sistema universitario, Catania con la sua filiera dei microchip: sono territori che negli ultimi anni hanno costruito isole di dinamismo difficili da ignorare. Non si tratta solo di crescita percentuale più alta dopo la pandemia. C’è qualcosa di più strutturale che si sta muovendo.
Distretti del Sud nelle filiere che contano oggi
Storicamente il Centro-Nord ha costruito la propria forza su meccanica, automotive, integrazione con la manifattura tedesca. Un modello che ha funzionato per decenni e che resta centrale. Ma oggi quei settori risentono del rallentamento europeo e della trasformazione dell’industria tradizionale.
Al contrario, alcuni distretti meridionali si sono trovati posizionati meglio nelle catene internazionali del valore di questo secolo. Il digitale cresce, l’aerospazio attrae investimenti, la farmaceutica esporta, i semiconduttori tornano strategici in un mondo che ha scoperto quanto siano indispensabili. Anche le tecnologie verdi stanno generando nuove imprese e competenze.
Non significa che il Sud abbia risolto i suoi problemi storici. Significa che in alcune nicchie si è agganciato a mercati più dinamici rispetto a quelli su cui si regge parte del Centro-Nord. È una differenza sottile ma reale.
Perché aziende del Nord si spostano verso Sud
C’è un fenomeno che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato improbabile: imprese del Nord, soprattutto nel mondo delle Information and Communication Technologies, che aprono sedi operative nel Mezzogiorno. La motivazione non è solo il costo del lavoro più basso. È anche la presenza di competenze qualificate, università tecniche solide, giovani laureati che spesso erano costretti a emigrare.
Se il mondo non è più “piatto” come si pensava vent’anni fa, l’Italia in parte lo è diventata. Le distanze interne contano meno quando il lavoro è digitale e quando una squadra può operare da Bari o da Catania lavorando su progetti internazionali. Per molte aziende il Sud diventa un luogo dove contenere i costi senza sacrificare qualità e competenze.
Per le famiglie questo significa qualcosa di molto concreto: più opportunità di lavoro qualificato senza dover cambiare regione o Paese. Significa figli che possono restare vicino a casa trovando impieghi in settori ad alta crescita, non solo nel pubblico o nel turismo stagionale.
Una svolta definitiva? Non ancora
Va detto con cautela: i successi sono parziali, concentrati e ancora fragili. Non tutto il Mezzogiorno cresce allo stesso modo. Ci sono aree che restano indietro e infrastrutture che non tengono il passo. E una stagione di spesa pubblica più generosa verso Sud ha sicuramente aiutato.
La vera domanda è se questi distretti riusciranno a consolidarsi tra cinque o dieci anni, quando l’effetto dei fondi straordinari sarà esaurito. Per ora, però, il dato è difficile da ignorare: in alcune filiere del futuro, il Sud non rincorre più. In certi casi guida.
È un ribaltamento silenzioso, lontano dai vecchi stereotipi. Non cancella le differenze storiche, ma le rende meno scontate. E forse costringe il Paese intero a ripensare dove si sta davvero producendo valore.








