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Lago di Sorapiss, quando l’indaco diventa insostenibile: il dibattito sull’overtourism nelle Dolomiti

Lago di Sorapiss, quando l'indaco diventa insostenibile: il dibattito sull'overtourism nelle Dolomiti

Quel blu impossibile che nessuno riesce a dimenticare

C’è un colore che non si dimentica. Non è il turchese delle acque caraibiche, non è il verde smeraldo dei laghi irlandesi. È qualcosa di più profondo, di più misterioso: un indaco quasi irreale, come se qualcuno avesse versato inchiostro tra le rocce dolomitiche e il cielo si fosse rispecchiato lì dentro per sempre. Il lago di Sorapiss è così. Un luogo che sembra uscito da un sogno, incastonato tra le pareti verticali di uno dei massicci più scenografici delle Dolomiti venete, capace di lasciare senza fiato anche chi ha visto molto del mondo alpino.

Eppure, proprio quella bellezza straordinaria è diventata il suo problema più urgente. Negli ultimi anni — e con particolare intensità nell’estate 2026 — il lago di Sorapiss è finito al centro di un dibattito che riguarda non solo un singolo specchio d’acqua, ma l’intero modello con cui l’Italia gestisce (o non gestisce) i suoi gioielli naturali più fragili. Un dibattito che divide esperti, operatori turistici, ambientalisti e semplici escursionisti. Un dibattito, soprattutto, che non ha ancora una risposta definitiva.

Il fenomeno: quando la bellezza diventa virale

Tutto è cambiato con i social media. Non è una novità, naturalmente: lo stesso meccanismo ha trasformato borghi medievali sconosciuti in mete di pellegrinaggio estivo, ha riempito spiagge remote di ombrelloni, ha portato file di turisti davanti a scorci che fino a pochi anni fa erano frequentati solo dai locali. Ma nel caso del lago di Sorapiss, il processo è stato particolarmente rapido e visivamente potente.

Un’immagine di quelle acque color indaco, postata nel momento giusto, condivisa dalle persone giuste, può generare un effetto valanga impossibile da controllare. E così, quello che era un percorso escursionistico impegnativo — riservato a chi aveva gambe allenate, scarpe adeguate e la pazienza di guadagnarsi il panorama — si è trasformato in una destinazione da “lista dei desideri” per un pubblico sempre più ampio e sempre meno preparato alla montagna.

Tra le tendenze più discusse di questa stagione c’è quella di prenotare il parcheggio al Rifugio Auronzo — il punto di partenza più comodo per raggiungere il lago — e organizzare visite lampo con l’unico scopo di fotografare il lago e condividere le immagini online. Un turismo della performance, potremmo chiamarlo: non si va per vivere la montagna, ma per documentare di esserci stati. La differenza è sostanziale, e le conseguenze sul territorio lo sono altrettanto.

La voce di chi ci vive e ci lavora

I rifugisti delle Dolomiti sono spesso i primi a intercettare i cambiamenti. Vivono in quota, osservano il territorio con occhi diversi da quelli del turista di passaggio, e portano avanti un lavoro che richiede dedizione, conoscenza del luogo e un legame profondo con l’ambiente montano. Non sorprende, quindi, che siano stati proprio gli operatori dei rifugi a sollevare per primi l’allarme sul lago di Sorapiss.

La richiesta che circola con insistenza in questa estate 2026 è quella di introdurre un sistema di numero chiuso per l’accesso al sentiero che conduce al lago, eventualmente accompagnato dall’installazione di tornelli. Una proposta che ha scatenato reazioni contrastanti: c’è chi la vede come l’unica soluzione praticabile per tutelare un ecosistema fragile, e chi la considera una limitazione inaccettabile alla libertà di accesso alla natura.

Il punto di vista dei rifugisti è chiaro: un turismo lasciato a sé stesso, senza regole né limiti, finisce per distruggere ciò che attira i visitatori. È un paradosso che molte destinazioni alpine conoscono bene. La bellezza genera afflusso, l’afflusso genera degrado, il degrado erode la bellezza. Un circolo vizioso che, una volta innescato, è difficilissimo da interrompere.

Il grande dibattito: l’overtourism esiste davvero?

Non tutti concordano sulla diagnosi. Nel panorama del dibattito pubblico italiano, si è fatta strada una posizione provocatoria: quella di chi sostiene che l’overtourism sia sostanzialmente un’invenzione mediatica, uno spauracchio agitato per danneggiare un settore economico vitale per molte comunità di montagna. È una posizione minoritaria, ma non priva di argomenti.

Chi la sostiene fa notare che il turismo porta lavoro, reddito e vitalità a comunità che altrimenti rischierebbero lo spopolamento. Che limitare gli accessi significa penalizzare le famiglie meno abbienti, che non possono permettersi di prenotare con settimane di anticipo o di pagare pedaggi aggiuntivi. Che la montagna è di tutti, e che trasformarla in un parco a tema riservato a pochi è una forma di elitismo mascherato da ambientalismo.

Sono argomenti che meritano rispetto. Ma la risposta di chi lavora ogni giorno sul territorio — e vede con i propri occhi cosa succede lungo i sentieri nelle giornate di punta — è altrettanto concreta: senza una gestione attenta dei flussi, il rischio non è astratto. È il sentiero che si erode, il lago che si intorbidisce, la fauna che si ritira, l’esperienza che si degrada per tutti.

Un problema che riguarda le Dolomiti nel loro insieme

Lago di Sorapiss, quando l'indaco diventa insostenibile: il dibattito sull'overtourism nelle Dolomiti (2)
Immagine generata con AI

Il caso del lago di Sorapiss non è isolato. Le Dolomiti, patrimonio naturale dell’umanità riconosciuto dall’UNESCO, affrontano da anni la sfida di conciliare la loro straordinaria attrattività turistica con la necessità di preservare un ambiente unico e delicato. Ogni estate porta nuovi episodi: sentieri congestionati, parcheggi intasati, rifiuti abbandonati, comportamenti inappropriati da parte di visitatori che non conoscono il codice non scritto della montagna.

La questione non riguarda solo l’estetica o il comfort dei frequentatori abituali. Riguarda la tenuta di ecosistemi che si sono formati in millenni e che possono essere alterati in modo irreversibile in pochi anni di pressione eccessiva. Le acque color indaco del lago di Sorapiss devono il loro colore alla presenza di particolari minerali e alle caratteristiche geologiche del bacino: una fragilità chimica e biologica che non perdona l’incuria.

Per approfondire il fenomeno dell’overtourism nelle aree montane e le strategie adottate a livello internazionale, risorse come Montagna.tv offrono analisi comparative che mettono in prospettiva il caso italiano rispetto ad esperienze come quella di Yosemite, dove sistemi di prenotazione obbligatoria e accesso contingentato sono già realtà consolidate.

Cosa possono insegnare le esperienze internazionali

Guardare oltre i confini nazionali aiuta a capire che il problema non è insolubile — e che esistono modelli di gestione che hanno dimostrato di funzionare. In diverse aree protette di tutto il mondo, la combinazione di prenotazione obbligatoria, accesso a numero chiuso e sistemi di monitoraggio dei flussi ha permesso di ridurre la pressione sui siti più fragili senza eliminare il turismo, ma rendendolo più sostenibile e, paradossalmente, più soddisfacente per i visitatori stessi.

Quando si è in pochi, l’esperienza è più autentica. Il silenzio torna ad essere una componente del paesaggio. Il lago ritrova la sua dimensione di luogo da scoprire, non di fondale per selfie. E chi fa il percorso si porta a casa qualcosa di più di un’immagine: porta un’emozione vera, costruita con la fatica delle proprie gambe e il rispetto per ciò che lo circonda.

Il dibattito su come applicare questi principi al contesto italiano — con le sue specificità normative, le sue gelosie campanilistiche, la sua tradizionale diffidenza verso le limitazioni — è ancora aperto. Ma il fatto che se ne parli con sempre maggiore urgenza è già un segnale positivo.

Come visitare il lago di Sorapiss in modo responsabile

Nell’attesa che le istituzioni trovino una soluzione condivisa, il comportamento individuale fa la differenza. Visitare il lago di Sorapiss in modo responsabile significa, prima di tutto, prepararsi adeguatamente: il percorso è impegnativo, richiede equipaggiamento adatto e una condizione fisica adeguata. Non è una passeggiata per tutti, e presentarsi in ciabatte o con bambini molto piccoli non è solo pericoloso per sé stessi — è un peso aggiuntivo per il sistema di soccorso e per l’ecosistema del sentiero.

  • Scegliere i giorni e gli orari giusti: evitare i weekend di punta e le ore centrali della giornata riduce la pressione sui sentieri e migliora l’esperienza di tutti.
  • Non lasciare tracce: ogni rifiuto riportato a valle, ogni fiore non raccolto, ogni roccia non spostata è un contributo concreto alla tutela del luogo.
  • Rispettare la fauna e la flora: le Dolomiti ospitano specie animali e vegetali che non si trovano altrove. La curiosità va bene; l’invasività no.
  • Sostenersi a vicenda: segnalare comportamenti scorretti, aiutare chi è in difficoltà, condividere informazioni corrette sul percorso sono gesti piccoli ma significativi.
  • Informarsi prima di partire: controllare le condizioni del sentiero, le previsioni meteo e le eventuali limitazioni in vigore è una responsabilità di ogni escursionista.

Per informazioni aggiornate sullo stato dei sentieri e sulle eventuali misure di accesso in vigore, il sito del Corriere delle Alpi segue con continuità l’evoluzione del dibattito locale e le decisioni delle autorità competenti.

Il futuro di un luogo straordinario

Il lago di Sorapiss merita di esistere ancora tra cent’anni. Con le sue acque color indaco, con il silenzio che scende dalla roccia, con quella luce particolare che cambia con le ore e con le stagioni, trasformando ogni visita in un’esperienza irripetibile. Merita di essere un luogo dove le generazioni future possano arrivare dopo ore di cammino e sentirsi ricompensati dalla bellezza, non delusi da un sentiero congestionato e da un lago ridotto a quinta fotografica.

Questo è possibile. Ma richiede scelte coraggiose: da parte delle istituzioni, che devono trovare il coraggio di regolamentare senza demonizzare il turismo; da parte degli operatori, che devono diventare alleati della sostenibilità e non suoi avversari; e da parte di ciascuno di noi, che quando scegliamo una meta di montagna dobbiamo chiederci non solo cosa vogliamo portare via, ma cosa siamo disposti a lasciare intatto. La montagna non chiede molto. Chiede rispetto. E il rispetto, fortunatamente, non ha bisogno di tornelli per essere praticato.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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