Quasi 3,7 milioni di alberi piantati nel corso del 2025, distribuiti su oltre 5.300 ettari di territorio: sono i numeri che emergono dalla sesta edizione dell’Atlante delle Foreste, il rapporto annuale curato da Legambiente e AzzeroCO2 con il supporto tecnico della Compagnia delle Foreste. Dati che fotografano un Paese in movimento, capace di invertire — almeno in parte — decenni di consumo di suolo e degrado forestale. Il tema degli alberi piantati in Italia nel 2025 non riguarda solo l’ambiente: tocca la qualità dell’aria nelle città, la tenuta idrogeologica delle aree interne, la capacità del territorio di assorbire carbonio e calore.
Un +17% che non è solo una statistica
Rispetto all’anno precedente, il 2025 ha registrato un incremento del 17% nel numero di alberi messi a dimora. Non è un dato scontato. La riforestazione è un’operazione complessa: richiede progettazione, fondi, coordinamento tra enti locali e nazionali, e soprattutto la capacità di mantenere vivi gli alberi piantati nei mesi successivi alla messa a dimora, fase in cui le perdite possono essere significative.
Questo aumento costante segnala che qualcosa nel sistema sta funzionando meglio. I Comuni stanno acquisendo competenze tecniche, le associazioni ambientaliste hanno costruito reti operative più solide, e i fondi — tra cui quelli del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza — hanno reso possibili interventi che altrimenti sarebbero rimasti sulla carta.
La cifra di 28 milioni di euro all’anno rappresenta il valore stimato dei benefici ambientali generati da questa massa verde: sequestro di CO₂, riduzione delle isole di calore urbane, regolazione idrica, miglioramento della qualità dell’aria. Non è un numero astratto. È la traduzione economica di servizi ecosistemici che altrimenti andrebbero compensati con infrastrutture artificiali — sistemi di filtraggio, vasche di laminazione, impianti di raffrescamento — con costi molto più elevati per la collettività.
La distribuzione geografica: dove cresce l’Italia verde
Uno degli aspetti più interessanti che emerge dall’Atlante delle Foreste riguarda la distribuzione territoriale degli interventi. Non si tratta di un fenomeno concentrato al Nord o nelle aree già ricche di boschi: la riforestazione del 2025 ha coinvolto l’intero Paese, con alcune sorprese significative.
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Tra le Città metropolitane, sono Torino e Roma a guidare la crescita. Due realtà molto diverse tra loro — per clima, morfologia urbana, storia amministrativa — ma accomunate dalla capacità di aver tradotto le risorse disponibili in interventi concreti e misurabili. Nel caso di Torino, la tradizione di pianificazione del verde urbano ha trovato nuova linfa; Roma ha invece accelerato su un fronte storicamente trascurato, con piantumazioni che interessano aree periferiche e parchi urbani.
Ma la vera sorpresa geografica viene dal Sud. Catania e Palermo hanno registrato risultati inattesi, in larga parte grazie ai fondi del PNRR. Le due città siciliane, spesso citate come esempi di ritardo nella gestione ambientale urbana, hanno dimostrato che quando le risorse arrivano con progettualità adeguata, i risultati possono essere rapidi e concreti. Si tratta di un segnale importante: la riforestazione non è un privilegio delle città del Nord, e il divario storico tra aree geografiche può essere colmato con politiche mirate.
Al di là dei centri urbani, gli interventi hanno riguardato anche aree interne e zone colpite da incendi negli anni precedenti. La restituzione di copertura arborea a terreni bruciati è una delle forme più urgenti di riforestazione: non solo per il valore ecologico, ma per la stabilità idrogeologica dei versanti.
Cosa significa piantare un albero: dalla messa a dimora alla foresta
Piantare quasi 3,7 milioni di alberi è un’operazione che richiede ben più di pale e talee. Dietro ogni intervento c’è una scelta di specie — che deve essere coerente con il clima locale, il tipo di suolo, la disponibilità idrica — e un piano di manutenzione che copre almeno i primi tre-cinque anni di vita della pianta.
Gli errori più comuni nella riforestazione riguardano proprio queste fasi: si scelgono specie non autoctone che faticano ad attecchire, oppure si pianificano interventi senza prevedere l’irrigazione nei mesi estivi. Il risultato è una mortalità elevata che vanifica l’investimento iniziale. La presenza di soggetti tecnici come la Compagnia delle Foreste nel coordinamento dell’Atlante è rilevante proprio per questo: porta nel processo una competenza selvicolturale che non può essere improvvisata.
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- Scelta delle specie autoctone: fondamentale per garantire la sopravvivenza a lungo termine e favorire la biodiversità locale.
- Manutenzione nei primi anni: irrigazione, protezione dai parassiti, controllo della vegetazione competitiva.
- Monitoraggio continuo: solo attraverso il censimento periodico è possibile misurare l’effettivo tasso di sopravvivenza e correggere gli interventi.
- Coinvolgimento delle comunità locali: gli alberi piantati con la partecipazione dei residenti hanno tassi di cura e sopravvivenza più alti.
Il nodo del PNRR e la continuità degli interventi
Una parte significativa dei risultati del 2025 è stata resa possibile dai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Questo ha accelerato interventi in aree — come le città del Sud — che in condizioni ordinarie avrebbero faticato a trovare le risorse necessarie. Ma apre anche una questione che il rapporto lascia sullo sfondo: cosa succede quando i fondi straordinari si esauriscono?
La riforestazione non è un’azione puntuale. È un processo che richiede continuità di investimento e di attenzione. Gli alberi piantati oggi diventano foresta — nel senso pieno del termine — solo dopo decenni. Nel frattempo, hanno bisogno di cure, di protezione dagli incendi, di gestione attiva. Se la spinta finanziaria si interrompe, il rischio è che parte del lavoro fatto vada perduto.
Il valore annuale da 28 milioni di euro in servizi ecosistemici dovrebbe essere letto proprio in questa chiave: come argomento economico a favore della continuità. Ogni euro investito nella manutenzione del verde genera un ritorno misurabile in termini di salute pubblica, risparmio energetico e riduzione del rischio idrogeologico. È un investimento, non una spesa.
Leggere la mappa del verde italiano
L’Atlante delle Foreste nella sua sesta edizione non si limita a sommare alberi. Offre — almeno nelle sue componenti più analitiche — una lettura geografica del verde italiano che permette di capire dove si concentrano gli sforzi e dove restano i vuoti. Le aree metropolitane stanno recuperando terreno. Le zone interne, spesso più fragili dal punto di vista idrogeologico, restano un cantiere aperto.
Per chi è interessato ad approfondire i dati e le metodologie, il rapporto è consultabile attraverso i canali di Legambiente, che ogni anno aggiorna il quadro con dati regionali e indicatori di qualità degli interventi.
I quasi 3,7 milioni di alberi piantati in Italia nel 2025 sono un punto di partenza, non un traguardo. La sfida vera non è contare le piante messe a dimora, ma assicurarsi che tra vent’anni siano ancora lì — più alte, più radicate, capaci di fare quello per cui sono state piantate: tenere insieme il suolo, filtrare l’aria, ospitare biodiversità, rendere le città più vivibili. Questo è il lavoro lungo, quello che non finisce con la firma di un progetto o il comunicato stampa di una piantumazione.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








