Con un decreto firmato il 1° settembre 2026, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha allargato in modo significativo la rete Natura 2000 in alto mare, portando la superficie marina protetta all’interno della Zona di Protezione Ecologica italiana al 31%. Otto nuovi siti entrano ufficialmente sotto tutela, collocati oltre i confini delle acque territoriali ma pur sempre all’interno della giurisdizione ecologica del nostro Paese. È una notizia che riguarda tutti, non solo gli addetti ai lavori: perché il mare che proteggiamo oggi è quello che determina la biodiversità marina di domani.
Cosa significa estendere la rete Natura 2000 in alto mare
La rete Natura 2000 è il principale strumento europeo per la tutela della biodiversità. Comprende siti di importanza comunitaria (SIC) e zone di protezione speciale (ZPS), designati per salvaguardare habitat e specie a rischio. Fino a poco tempo fa, la sua applicazione in Italia era concentrata soprattutto sulle coste e sulle acque territoriali. L’estensione ai siti di natura 2000 alto mare — cioè oltre le 12 miglia nautiche che definiscono le acque territoriali — rappresenta un cambio di paradigma importante.
Operare in alto mare è più complesso dal punto di vista giuridico e scientifico. Le acque al di là delle acque territoriali rientrano nella Zona di Protezione Ecologica, uno spazio in cui lo Stato esercita diritti limitati ma può comunque intervenire in materia ambientale. Il decreto del MASE ha sfruttato esattamente questo margine, pubblicando in Gazzetta Ufficiale nell’ottobre 2026 l’istituzione degli otto nuovi siti. Il risultato è che oggi il 31% della superficie marina all’interno della Zona di Protezione Ecologica italiana è formalmente tutelato.
Non è un numero astratto. Significa che monti sottomarini, dorsali e fondali profondi — ecosistemi tra i più ricchi e meno conosciuti del Mediterraneo — acquisiscono uno status giuridico che prima non avevano.
Dove si trovano gli otto nuovi siti
Le otto nuove aree protette sono distribuite in quattro grandi contesti geografici: il Mar Tirreno, le acque al largo della Calabria, quelle intorno alla Sardegna e quelle a sud della Sicilia. Si tratta di aree in alto mare, lontane dalla riva, spesso invisibili a chi naviga in superficie ma straordinariamente ricche in profondità.
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Il Tirreno, in particolare, è un bacino con una struttura geologica complessa: ospita rilievi sottomarini che emergono dal fondale come vere e proprie montagne invisibili, dove le correnti creano condizioni ideali per la concentrazione di nutrienti e, di conseguenza, per la vita marina. La Sardegna e la Sicilia si affacciano su tratti di mare aperto che costituiscono rotte migratorie fondamentali per molte specie.
Queste aree non sono accessibili al turismo balneare ordinario — per definizione, si trovano lontano dalla costa. Ma la loro tutela ha effetti a cascata su tutto l’ecosistema marino, comprese le coste e le zone di pesca più vicine alla riva.
Gli habitat e le specie che i nuovi siti proteggono
Tra gli elementi più significativi di questa espansione della rete Natura 2000 in alto mare ci sono gli habitat di acque profonde: monti sottomarini e dorsali che ospitano comunità biologiche uniche, spesso poco studiate ma essenziali per l’equilibrio dell’intero ecosistema mediterraneo. Questi ambienti fungono da rifugio, nursery e area di alimentazione per decine di specie.
Tra le specie direttamente beneficiate dalla tutela ci sono le tartarughe marine, che frequentano le acque aperte del Mediterraneo durante le loro migrazioni, e numerose specie di uccelli marini che utilizzano questi tratti di mare aperto per l’alimentazione. La presenza di ecosistemi profondi intatti — coralli, spugne, comunità bentoniche — rende questi siti di importanza ecologica non paragonabile a quella delle spiagge o delle acque costiere.

Il Mediterraneo, nonostante la sua fama di mare “chiuso” e relativamente piccolo, ospita una biodiversità marina sproporzionata rispetto alla sua superficie: circa il 7% delle specie marine conosciute a livello globale. Proteggere i fondali e le acque aperte significa preservare una parte di questo patrimonio che non ha equivalenti in Europa.
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Il contesto internazionale: perché l’alto mare è diventato priorità
L’iniziativa italiana non nasce nel vuoto. A livello globale, la protezione delle acque internazionali è diventata una delle priorità ambientali più discusse degli ultimi anni. Il Trattato sull’Alto Mare adottato nell’ambito delle Nazioni Unite — noto anche come BBNJ Agreement (Biodiversity Beyond National Jurisdiction) — ha aperto la strada a nuovi strumenti giuridici per la tutela degli ecosistemi marini al di fuori delle giurisdizioni nazionali.
L’Italia, con il decreto del 1° settembre 2026, si posiziona tra i Paesi europei che stanno traducendo questi impegni internazionali in azioni concrete. Agire sulla Zona di Protezione Ecologica — uno spazio che non è alto mare in senso stretto, ma che si trova comunque oltre le acque territoriali — è un modo per anticipare e rafforzare la tutela in un’area grigia del diritto internazionale.
Per approfondire la rete Natura 2000 e i suoi obiettivi, il sito ufficiale del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica pubblica la documentazione completa relativa ai nuovi siti istituiti.
Cosa cambia concretamente per il mare italiano
Raggiungere il 31% di superficie marina protetta nella Zona di Protezione Ecologica è un traguardo rilevante, ma la tutela formale è solo il primo passo. L’efficacia di un’area protetta dipende da come viene gestita, monitorata e fatta rispettare. Per le aree in alto mare, questo è particolarmente complesso: la distanza dalla costa rende difficile il controllo, e le attività che possono danneggiare gli ecosistemi — dalla pesca a strascico profondo al traffico navale — operano spesso in modo difficile da verificare.
Tuttavia, il riconoscimento formale all’interno della rete Natura 2000 ha un valore giuridico preciso: impone la valutazione di incidenza per qualsiasi piano o progetto che possa interessare questi siti, e apre la strada a misure di conservazione specifiche. È uno strumento, non una garanzia automatica — ma è uno strumento che prima non esisteva.
Per il mare italiano, e per chiunque abbia a cuore la biodiversità del Mediterraneo, questi otto nuovi siti di Natura 2000 in alto mare rappresentano un segnale concreto: la tutela degli ecosistemi marini si sta finalmente spostando oltre la riva, verso le acque aperte dove la vita marina è più vulnerabile e meno visibile, ma non per questo meno preziosa.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








