Sotto la Valle dei Templi di Agrigento, già celebre in tutto il mondo per i suoi santuari dorici, si nasconde un’altra città. Non quella greca di Akragas, fondata nel VI secolo a.C., ma quella romana che le è sopravvissuta — e che continua, scavo dopo scavo, a restituire frammenti di sé. L’ultima notizia arriva dall’ottobre 2026: la Scuola Normale Superiore di Pisa, in collaborazione con il Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi, ha portato alla luce affreschi e stucchi del I secolo a.C., emersi da un grande edificio a peristilio la cui funzione è ancora da chiarire. Gli affreschi della valle dei templi che riaffiorano dagli scavi non sono solo un ritrovamento tecnico: sono un capitolo inedito della storia di Agrigento, scritto in latino invece che in greco.
Uno scavo nell’area dell’ekklesiasterion
Il sito in cui si sta lavorando è quello dell’ekklesiasterion, la struttura pubblica destinata nell’antichità alle assemblee civiche. Si tratta di una zona già nota agli archeologi, ma che continua a riservare sorprese. Gli scavi condotti in questa campagna del 2026 hanno intercettato i resti di un grande edificio a peristilio risalente al I secolo a.C. — una tipologia architettonica che rimanda chiaramente all’organizzazione dello spazio di epoca romana, con un cortile colonnato al centro circondato da ambienti coperti.
Dall’interno di questa struttura sono emersi frammenti di affreschi e stucchi decorativi. Non si tratta di pezzi isolati: i reperti sono stati attribuiti al II e III stile della pittura romana, una classificazione che permette di collocarli con precisione in un arco cronologico ben definito e di inserirli nel contesto della produzione artistica dell’Italia centrale e meridionale tra la fine della Repubblica e i primi decenni dell’Impero.
Cosa sono il II e il III stile della pittura romana
Per chi non ha familiarità con la storia dell’arte antica, la distinzione tra gli stili pittorici romani non è un dettaglio accademico: è una chiave di lettura concreta. Il II stile, detto anche “architettonico”, si sviluppa nel I secolo a.C. e simula, sulle pareti, architetture illusionistiche — colonne, nicchie, prospettive in profondità. Le ville romane di Pompei ed Ercolano ne offrono gli esempi più noti.
Il III stile, che segue cronologicamente, abbandona l’illusionismo architettonico per privilegiare campiture piatte di colore, spesso vivaci, con elementi decorativi sottili e raffinati. Trovare entrambe le tipologie in un unico sito come Agrigento significa che l’edificio fu probabilmente frequentato, decorato o rimaneggiato in più fasi, attraversando almeno due generazioni di gusto artistico.
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Questi affreschi della valle dei templi non sono quindi soltanto belli: sono datanti. Permettono di ricostruire la vita dell’edificio nel tempo, di capire quando fu costruito, quando fu ridecorато, forse quando fu abbandonato.
Agrigento romana: una storia meno raccontata
Il paradosso di Agrigento è che la sua fama mondiale è quasi interamente costruita sull’eredità greca. I templi della Concordia, di Giunone, di Ercole: sono loro a comparire sulle guide, sui calendari, nelle fotografie dei turisti. Eppure Agrigento — o meglio, Agrigentum, come la chiamavano i Romani — continuò a esistere e a prosperare anche dopo la conquista romana della Sicilia nel III secolo a.C.
La città romana si sovrappose a quella greca, ne riutilizzò gli spazi, ne trasformò le funzioni. Il grande edificio a peristilio emerso dagli scavi è un esempio concreto di questa stratificazione: sorge in un’area già frequentata in epoca precedente, e porta i segni di una cultura decorativa che guarda a Roma, non ad Atene. Capire questa fase della storia di Agrigento è uno degli obiettivi principali della ricerca della Scuola Normale Superiore, che ha scelto questo sito come laboratorio a cielo aperto per indagare la transizione tra il mondo ellenistico e quello romano in Sicilia.
Il ruolo della Scuola Normale Superiore e del Parco Archeologico
La collaborazione tra la Scuola Normale Superiore di Pisa e il Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi non è occasionale. Rappresenta un modello di ricerca che unisce la capacità scientifica di un’istituzione universitaria di eccellenza con la gestione diretta del territorio da parte di chi il sito lo conosce e lo tutela ogni giorno.
Il comunicato diffuso dall’ANSA il 6 ottobre 2026 ha dato ampia risonanza alla scoperta, ma il lavoro sul campo è frutto di una campagna di scavo strutturata, non di un ritrovamento fortuito. Questo è un punto importante: la Valle dei Templi non è un sito che si esaurisce nella visita turistica. È un cantiere aperto, in cui la ricerca scientifica produce continuamente nuove conoscenze.
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La funzione dell’edificio a peristilio, come precisato dagli stessi ricercatori, resta ancora da chiarire. Potrebbe trattarsi di una residenza privata di rango elevato, di un edificio pubblico, o di una struttura con destinazione mista. La risposta arriverà dall’analisi complessiva dei reperti, dall’esame stratigrafico degli strati di crollo e dal confronto con altri edifici coevi noti in Sicilia e nel Mediterraneo.
Cosa significa per il visitatore di oggi
Chi visita la Valle dei Templi nel 2026 si trova davanti a un sito che ha appena aggiunto un tassello alla propria storia. Gli affreschi della valle dei templi emersi in questa campagna non sono ancora esposti al pubblico — i frammenti sono in fase di studio e restauro — ma la loro esistenza cambia il modo in cui si può leggere il paesaggio che si attraversa a piedi lungo il percorso tra i templi.
Quella collina non è solo il supporto fisico di monumenti greci. È un archivio stratificato in cui ogni metro di terra conserva tracce di epoche diverse: greca, romana, tardoantica, medievale. Ogni campagna di scavo aggiunge un livello di lettura a un sito che, nonostante secoli di studi, non ha ancora detto tutto quello che sa.
Per chi pianifica una visita, vale la pena sapere che il Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi è uno dei siti più visitati d’Italia, e che la stagione autunnale — con temperature più miti rispetto all’estate siciliana — è tra i momenti migliori per percorrere i sentieri tra i templi con la dovuta calma. La luce di ottobre, radente e calda, fa risaltare la pietra calcarea dei templi in modo diverso rispetto all’estate. E ora, sapendo che sotto quella pietra dormono ancora affreschi color ocra e bianco, il paesaggio acquista un’ulteriore profondità.
La storia di Agrigento, insomma, non finisce con i Greci. E gli scavi del 2026 lo ricordano con la concretezza di un frammento dipinto che torna alla luce dopo duemila anni di buio.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








